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Venezia e il Veneto nello spazio europeo

Un nodo europeo

Sette province che rappresentano l’8 per cento della popolazione e il 9 per cento del PIL italiani: sono cifre importanti ma non impressionanti.

Più rilevante che in quella nazionale appare la posizione relativa del Veneto nel contesto europeo, nel quale rappresenta l’1 per cento della popolazione e quasi l’1,5 per cento del PIL dell’Unione. Tuttavia al di là dei parametri demografici e macroeconomici, il ruolo europeo del Veneto e del Nord Est, divenne di essenziale importanza a partire dal 1989. Da quella data si apre con irruenza un fenomeno che serpeggiava addirittura fin dagli anni sessanta, quando Venezia era la vera porta della Jugoslavia verso l’occidente. Infatti è dopo la caduta del Muro che milioni di automezzi con tutte le targhe della Europa comunitaria e della nuova Europa dell’Est percorrono nei due sensi un “valico” che non aveva alternative nello straordinario budello di sette chilometri e mezzo che “divideva” l’autostrada Torino – Trieste, movimentando quasi duecentomila veicoli al giorno e producendo un danno eccezionale per il numero spaventoso di vittime, per le estenuanti code e per un altissimo inquinamento.

Questa catena di sciagure fu però il lato orribile di un fenomeno complesso che ha fermamente collocato a partire da quegli anni il Veneto al centro dell’Europa in movimento. Così oggi, dopo l’apertura di quello speciale raddoppio, noto come il “passante di Mestre”, quel nodo della concentrazione est-ovest si è districato nel traffico, ma è ancor più confermato nella logistica.

Una dispersione locale

Il tentativo di compattare i rapporti esterni si confronta però nel Veneto con una estrema frammentazione del tessuto interno. Non è facile spiegare il lato territoriale della regione: forse un semplice ricorso ai dati demografici può aiutare. Sette province, cinque delle quali gemelle, ciascuna con una popolazione appena sopra o sotto ai 900.000 abitanti, e due a loro volta affini intorno ai 250 mila abitanti. Questa dimensione astratta, duplice ma compatta, inizia a frammentarsi nella realtà a partire ovunque dallo scarso peso del capoluogo sul contesto provinciale, che non supera mai il terzo della popolazione per scendere a Treviso ad appena il 9 per cento. Di conseguenza altri trenta centri urbani di una certa consistenza costellano le sette province.

Questo quadro parcellizzato è all’origine di molti fenomeni problematici che caratterizzano un territorio che si protende oltre la Regione amministrativa coinvolgendo ampie fasce delle due contermini Regioni a statuto speciale e determinando così un Nord Est socialmente ed economicamente omogeneo, che prende però luce politica da tre diversi statuti regionali.

Assetto mutevole e virata politica

Il primo e fondamentale problema riguarda la mancata gerarchizzazione del territorio, che rende evidente la mancanza di un centro identitario e produce un pulviscolo abitativo che si esprime in quella che Enzo Rullani ha definito la “città infinita”, tutta case, fabbriche e minuscoli appezzamenti coltivati, dove “la trama ordinata degli insediamenti preindustriali è stata consumata dallo sviluppo” che ha portato i singoli a ritenere lo spazio comune piegabile alle proprie esigenze. Così gli iniziali insediamenti della diffusa abilità manifatturiera dei singoli nuclei familiari avvengono prima nei sottoscala e poi sacrificando una parte del campo accanto alla casa, che per la parte residua non perde comunque la propria natura agricola.

Il nuovo insediamento produttivo alimenta un traffico che non riesce più a districarsi nelle angusta viabilità contadina e il Veneto si ferma. Un popolo di immobilizzati chiede quindi alla rinfusa soluzioni urgenti per questa o per ogni altra emergenza quotidiana. Questo è il secondo fondamentale problema: i poteri pubblici - per inerzia, per troppo rapida sostituzione, per carenza finanziaria, per incomprensione - non riescono a rispondere. Roma è accusata di ogni inadempienza e quindi anche di ogni nefandezza. Il terreno dei veneti, massacrato da loro stessi, soffre per inadeguatezza del governo centrale: si sfiora la secessione, ma poi il senso pratico dei veneti capisce che uscire da un mercato grande come l’Italia non sarebbe una buona soluzione. L’adesione elettorale prima a una forza politica liberale e poi ad una proposta molto più locale, determina l’attuale quadro politico, che è assai mobile e che gioca il futuro sull’attuazione di un percorso federalista tutto da definire e i numerosi sindaci leghisti intanto stanno combattendo, come gli altri, con i vuoti di bilancio lasciati dall’abolizione dell’Ici.

L’aggregazione industriale e il distretto culturale

Una via di razionalizzazione intanto si presenta: nascono i distretti industriali che per vent’anni guidano la cultura aziendale. L’essenza dei distretti, “concorrenza e collaborazione”, allontana e avvicina continuamente gli imprenditori fra loro, come la bella immagine di Giovanni Costa dei porcospini che si ammassano per combattere il freddo e si allontanano subito per le ferite mutuamente inferte, per poi riavvicinarsi sotto la sferza del gelo e così via. La Regione accompagna i distretti con ripetute norme ad hoc, ma la loro esperienza non supera i mutamenti della geopolitica e le imprese iniziano a decentrare i loro impianti prima in Europa e poi nel mondo.

Il distretto lascia però di sé una traccia evolutiva in due settori del terziario avanzato: quello dell’ingegno progettuale e quello dell’apporto culturale. Il distretto si è smaterializzato nella sua dimensione spaziale, ma si è ricomposto per materie, sia nel distretto scientifico tecnologico, che nel distretto culturale evoluto di recentissima definizione. Nel primo caso il Veneto è ai primi posti in Italia, per il recente sviluppo dei brevetti e sale al sesto posto in Europa per numero di addetti nei settori dell’alta tecnologia, prima di molte zone della Germania, e il Nord Est si colloca avanti rispetto alla regione di Londra. Nel secondo caso è universalmente confermato il primato mondiale di Venezia, per la quale il punto in evidenza non è quello della frequentazione della città lagunare, quest’anno intorno ai 20 milioni di visitatori, ma piuttosto quello della produzione culturale.

Oggi, ma non è un punto di arrivo

Su queste considerazioni si chiude il cerchio: la grande nebulosa urbano-rurale del Veneto deve trovare un punto di unione anche per compattare le sue virtù nel contesto globalizzato. Il punto di aggregazione non può essere che l’area centrale che connette Padova, Treviso e Mestre capiente di circa un milione di abitanti, ormai capaci di percorrerla come si transita da un quartiere all’altro in qualsiasi grande città: si tratta di un’area a lungo frazionata da sentimenti di concorrenza urbana inesistente, che sta per esser unificata spazialmente dalle aperture del passante autostradale e della ferrovia metropolitana disegnata dalla Regione, nella quale la città di Venezia sta inserendo rapidamente pezzi pregiati di architettura urbana di qualità, alcuni in essere come il nuovo Ospedale, altri in progetto come la porta d’acqua di Frank O. Gehry o il nuovo centro museale sul Novecento previsto a Mestre, legittimando così sul territorio quella primazia culturale che la città insulare ha maturato nel suo fantastico millennio di grande storia.

L’embrione della città metropolitana

Nasce una nuova città nel Veneto? Certo la sintesi a oriente fra Padova e Venezia non ha la stessa forza dell’analogo progetto fra Torino e Milano, ma qualcosa in effetti si sta palesando: collegamenti veloci e aggiornati “sopperiscono alla continuità dell’edificazione” e creano qui un “sistema di rapporti funzionali, di interrelazioni e di scambi fra le diverse attività e funzioni” analoghi a quelli del nord ovest. Tuttavia le differenze sono grandi: qui una popolazione pari al 40% di quella, il riferimento ad una sola regione anziché a due, un PIL di 15 miliardi di euro mentre là è di 80; ma il pro-capite non è poi così differente e riapre i termini di un raffronto che forse presenta solo differenze di scala. Anzi qui vi sono in più sia un dato metasociale individuato nel “distretto culturale evoluto” unitario, sia soprattutto un dato politico rappresentato dal Protocollo stipulato fra le due amministrazioni, al fine – fra gli altri – di favorire nuove forme e modelli di sviluppo.

A questa realtà ha dato corpo formale il nuovo Piano Territoriale Regionale di Coordinamento della Regione Veneto (al quale si rifanno i precedenti virgolettati) adottato a febbraio dalla Giunta: dunque presto (forse) il Veneto si sarà data una carta di identità e una visione di sviluppo. Il Piano adottato è fatto con modernità di approcci e completezza di elaborazioni: non vi è nessuna nostalgia per i “libri dei sogni” della prima pianificazione italiana, né per le modalità a scorrimento negoziale degli ultimi venticinque anni. E’ invece il prodotto di una società matura che sembra cessare la rincorsa individuale alla crescita assumendo finalmente un unico progetto di lungo periodo per il recupero di quella qualità della vita personale e sociale, che ormai sentiamo essere - oltre a tutto - l’unica strada di uscita dalla crisi finanziaria attuale, tutta originata dalla rincorsa al risultato nel breve termine.

Elementi di piano

Il Piano finalmente prende posizione individuando due centri: l’area veronese e il bilanciere Padova-Venezia. Anche se questa descrizione binaria appare più uno sforzo politico di compromesso che una lettura scientifica, va comunque salutata con entusiasmo poiché segna la fine dell’opzione policentrica che sta per rallentare la crescita della regione e dell’intero nord-est italiano. Inoltre, pur nella necessità di mostrare un certo equilibrio interno, appare chiara la definizione dell’unico centro motore veneto nel nucleo territoriale Padova-Mestre, connesso per le funzioni amministrative generali, a cominciare dalla localizzazione degli uffici regionali, all’antico insediamento veneziano aperto anche ad alcune funzioni mondiali.

Non tutto è accettabile in questa lettura del PTRC, anzi essa appare piuttosto sommaria rispetto alla sua stessa definizione e potrà essere ulteriormente affinata: ma almeno per la prima volta ufficialmente si individua un vero centro motore per la realtà veneta contemporanea.

La nuova città

In effetti una forte mutazione è in corso nel territorio, mutazione che avviene intorno e a fianco della antica Venezia: più o meno un milione di persone vive in un territorio che appare oggi emergere da uno sconnesso e articolato intreccio residenziale, industriale e agricolo in un altrettanto scomposto assetto unitario in via di composizione. Con crescente evidenza si va innervando di infrastrutture ormai di dimensione metropolitana un ambito territoriale consistente, la cui perimetrazione amministrativa non è interessante ed è anzi fuorviante. Una espressione geografica invece può essere individuata in una semplice figura geometrica che traccia sul territorio un esagono, i cui lati sono assai corti, fra i nuclei urbani di Chioggia, Padova, Castelfranco, Treviso, San Donà, Mestre. Rispetto a questa area la città storica di Venezia è sia la matrice che un complemento: appare come un elemento di una città complessa, tanto quanto lo è la struttura storica di Amsterdam rispetto al Randstad olandese. Esattamente come quella, la “città-anello” veneta non ha un centro, ma diversi luoghi di evoluzione dell’antica civiltà veneziana che producono forti categorizzazioni lungo l’anello: un’area portuale industriale, un aeroporto intercontinentale, un luogo delle funzioni di governo ed amministrative, una diffusa presenza di PMI nel contorno, un ambito culturale mondiale, un luogo del design e della moda ed un sistema universitario di rilievo e un cuore agricolo ancora di un certo rilievo; fra poco anche una sorta di Afsluitdijk, un globale sistema di difesa a mare. E intanto la trama dei collegamenti interni è improvvisamente sbocciata in tre autostrade urbane con i relativi caselli, in un sistema ferroviario metropolitano a cinque linee ed in una viabilità minore che – esaurito il sistema delle tangenziali urbane - sta completando l’intreccio extraurbano. Questo impianto in via di definizione trova, inoltre, un importante luogo di rigenerazione urbana nella struttura novecentesca di Mestre. Importanti progetti - non solo edilizi - stanno definendo un ammodernamento globale della città esagonale, possibile capitale di uno spazio europeo.

[ Ultima modifica il 15 novembre 2010 ]
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