pubblicazioni
Veneto, un’occasione di verifica
in Urbanistica Dossier 117/118

Alla RUN di Matera il Veneto porta un’ esperienza completamente rinnovata rispetto al precedente evento veneziano.

Da cinque anni è entrata in vigore la nuova legge urbanistica regionale e oggi abbiamo a disposizione un numero rilevante di esperienze di applicazione della riforma. Sono 465 su 581 i comuni che hanno intrapreso la redazione del piano nella forma strutturale (piano di assetto del territorio, Pat), 450 i comuni che hanno scelto di redigere il piano in copianificazione con la Regione, 289 i comuni che hanno scelto il piano intercomunale (Pati) nella forma integrale o tematica, 137 i comuni i cui piani sono già adottati o approvati, 7 province su 7 alle prese con il piano territoriale (Ptcp) e la regione ha da poco adottato il suo piano (Ptrc).

L’introduzione della divisione nei due momenti, strutturale e operativo, del piano urbanistico e l’evoluzione della struttura del territorio, dell’economia, del tessuto sociale hanno messo in luce nuovi temi e nuovi approcci ai quali i piani devono dare risposta. La discussione su questi contenuti, sull’efficacia del piano, sulla necessità di rivedere e migliorare alcuni contenuti della legge e delle modalità applicative costituisce l’elemento di maggiore interesse oggi nel dibattito regionale.

Il Veneto presenta a Matera alcune esperienze di piani volendo cogliere l’opportunità di confrontare con le altre regioni italiane gli approcci e le scelte, misurandosi con le altre sperimentazioni della riforma, ma anche vedendo e confrontando strumenti nuovi, diversi dai piani, ma più efficaci su temi specifici.

Siamo in un Veneto che lavora nella prospettiva del cambiamento e dell’evoluzione: il Ptrc prevede per il futuro circa 750.000 nuovi veneti, etnie diverse e diversi bisogni e stili di vita.

Cambia il modo di leggere le città, ma anche i territori di pianura e di montagna. La questione della casa diventa un nodo centrale che coinvolge quasi tutti i capoluoghi di provincia e riguarda soprattutto il tema dell’affitto e dell’housing sociale. Cambia il modo di pensare il sistema dei servizi, l’età e la composizione degli abitanti, la struttura sociale e economica. Cambiano anche le previsioni dei piani, i temi e le priorità, i contenuti e le modalità.

Il dimensionamento del piano non può, quindi, derivare come conseguenza dello scenario demografico, è una scelta che può essere volutamente inferiore o superiore o casualmente coincidere con le previsioni demografiche. In quanto scelta è coerente con il nuovo disegno di territorio che il piano prefigura.

Il nuovo piano deve essere credibile e operativo. Un piano strutturale in quanto determina le grandi invarianti della organizzazione del territorio cui agganciare le politiche diffuse di riqualificazione dei tessuti urbani per le quali detta regole e procedure affinché si possa operare in un quadro unitario, evitando gli squilibri derivanti da decisioni legate alla contingenza.

Deve essere l’occasione per la riorganizzazione funzionale dei territori e delle città. Questo riguarda l’organizzazione e la salvaguardia del sistema dei grandi parchi, dei grandi servizi urbani, della mobilità su ferro e della viabilità su gomma. L’affermazione della valorizzazione dell’ambiente e della mobilità alternativa che caratterizza soprattutto i piani delle città capoluogo, comporta la costruzione delle politiche necessarie perché questo diventi uno dei punti prioritari sia dentro che fuori il tessuto costruito.

Interessa e rivaluta il ruolo della città pubblica come la chiave per ridisegnare le diverse situazioni urbane prevedendo la riorganizzazione dei servizi attraverso alcuni principi guida. I servizi pubblici devono essere in posizioni e con dimensioni tali da essere efficienti e accessibili, costruiscono luoghi urbani di qualità, quindi non possono essere concentrati solo nel cuore delle città, ma devono trovare spazio anche nei nuclei diffusi in modo da elevarne la qualità. La misura dell’entità dei servizi non può essere banalmente quantitativa, ma deve tenere conto dei livelli prestazionali e degli utenti anche non residenti.

Per alcuni servizi conta l’efficienza piuttosto che la dimensione, perciò il modello di misurazione mq/ab. si rivela spesso poco rappresentativo. Quasi tutti i comuni veneti hanno raggiunto una soglia di standard che si avvicina e spesso supera i 30 mq/abitante indicati dalla legge urbanistica. Il tema diventa quindi non tanto quantitativo ma qualitativo. Per ottenere un obiettivo di qualità e di verifica prestazionale il piano dovrebbe affrontare il tema specificando meglio alcuni aspetti: quantificare e programmare le aree pubbliche rispetto a un numero di utenti articolato nelle quantità e nelle caratteristiche (residenti, studenti, city users, anziani,…); predisporre un catalogo ragionato dei servizi esistenti e dell’efficienza; ragionare in termini di mappe spazio-temporali; recuperare esperienze simili in altre regioni dove questo tema dei servizi è stato affrontato con maggiore attenzione.

Affidare ai servizi piuttosto che alle aree private il nuovo disegno del territorio significa assumere una forte responsabilità pubblica e una capacità imprenditoriale e organizzativa del tutto nuove.

La questione ambientale è sempre più centrale nella pianificazione, a partire dal contenimento del consumo del suolo che oggi è quantificato nella legge veneta attraverso un parametro percentuale calcolato a partire dalla superficie agricola utilizzata mentre sarebbe più interessante ragionare sul bilancio zero nel consumo. Non tutto il suolo consumato dal punto di vista spaziale ha le stesse qualità dal punto di vista agricolo. Frammentare un’unità di produzione vuol dire condannare al consumo anche il non usato. I consumi non sono solo quantitativi, ma anche qualitativi. Poi ci sono le rigenerazioni: aree che sono urbanizzate che vengono rimesse in gioco. Non è suolo agricolo coltivato, ma comunque esercita una qualche funzione ecologica, ad esempio quella della permeabilità. Il modo in cui si disegna il piano influisce sul consumo: dipende da dove ricadono le superficie costruite e da come si cura la connessione tra singoli progetti.

Una serie di questioni che i piani presentati a Matera mettono in discussione, riguarda la forma, i contenuti del piano e la capacità di tradurre e rendere efficaci le previsioni. Il quadro conoscitivo, ad esempio, ha un ruolo fondamentale: è il conferimento di senso che si dà al territorio. Deve assumere un ruolo statutario da usare nella variabilità del piano poiché in esso dovrebbero essere definiti i criteri con i quali qualsiasi proposta al di fuori delle previsioni già contenute nella fase strutturale deve essere esaminata in termini di continuità con il quadro conoscitivo e di coerenza con l’armatura urbana del piano. Questi criteri rendono solido il sistema di selezione e di esclusione. La legge, mentre obbliga all’aggiornamento del quadro conoscitivo, non fornisce la strumentazione per gestire il suo cambiamento nel tempo, soprattutto nel verificare le relazioni tra previsioni di piano e sistema di monitoraggio introdotto nella valutazione ambientale strategica.

Il piano deve contenere al suo interno una componente di flessibilità che gli consenta di attuarsi nel tempo e di adeguarsi all’evoluzione del territorio avendo alla base il disegno e la definizione delle funzioni come un quadro strategico.

Il passaggio da strutturale a operativo chiede all’amministrazione di scegliere quali iniziative devono andare in attuazione fin da subito e queste devono avere un supporto normativo. Serve la capacità di sperimentare l’equilibrio tra scelte strutturali e scelte che sono immediatamente operative. Questo garantisce che non ci sia un vuoto normativo tra il piano strutturale e la sua attuazione. È un tema ancora aperto sia rispetto alla normativa regionale che alla prassi fino a qui sperimentata nei Pat. Il piano strutturale non va ingessato, ma ne va chiarita l’attuazione anche in tempi brevi. In particolare le parti pubbliche rischiano di diventare i punti deboli del piano se non sono attuate in tempi brevi. Deve essere verificato quale può essere lo strumento più appropriato per scegliere le priorità: potrebbe essere il piano triennale delle opere pubbliche o il bilancio comunale. Le scelte vanno motivate tanto più nella fase operativa e le motivazioni devono essere normative e sostanziali.

Il piano non può contare, visti i tempi che stiamo vivendo, su una forte spinta dell’economia che consenta di attivare le scelte strategiche. Probabilmente il ruolo dello strumento operativo dovrebbe essere fortemente selettivo e la sua attivazione, attraverso bandi o selezioni, dovrebbe portare a una selezione stretta per indurre competitività nella realizzazione della città.

Il piano strutturale può contenere le intese con i privati, senza escludere la possibilità che altre ne vengano in seguito: spetta però all’amministrazione il compito di dire in che forma verranno chiuse le intese già previste e aperte le nuove.

Alcuni temi particolarmente impegnativi, perché determinanti il successo o meno dell’operazione, si legano alla parte pubblica del piano e all’infrastrutturazione: per essi dovrebbero essere formulati accordi di localizzazione che consolidino le scelte e diano garanzia della loro realizzazione.

La presenza del Veneto a Matera ha questa chiave di lettura: non una carrellata di esperienze, ma un’occasione di verifica critica del percorso fatto e di dibattito e confronto in modo da guardare avanti e pensare al futuro della pianificazione.

[ Ultima modifica il 25 marzo 2010 ]
« novembre 2017 »
LunMarMerGioVenSabDom
  0102030405
06070809101112
13141516171819
20212223242526
27282930   
18/11/2017
17/11/2017