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Il Veneto riparte dal cemento Dopo l’alluvione, una legge per costruire sui terreni agricoli. I geologi: così si facilitano altri disastri

Pubblicazione: 08-12-2010, STAMPA, NAZIONALE, pag.27
Sezione: Cronache Italiane
Autore: Giuseppe Salvaggiulo

«I proclami dopo le alluvioni durano una settimana. Poi si ricomincia come prima. Il territorio viene usato come voto di scambio. In attesa della prossima catastrofe». Paolo Spagna, presidente dell’Ordine dei geologi del Veneto, ragiona con amarezza. Nei giorni dell’emergenza (due morti, 3.433 imprese e 328 Comuni colpiti, oltre un miliardo di danni) anche il presidente degli industriali di Vicenza, Roberto Zuccato, aveva ammesso in un’intervista alla «Stampa» che «negli ultimi 50 anni il nostro territorio è stato troppo cementificato - case, fabbriche e capannoni - togliendo al terreno la capacità di assorbimento». Un mese dopo, si ricomincia a costruire. A cominciare dalle campagne, così preziose in un territorio fragile. Tutto grazie a una leggina approvata qualche giorno fa dal Consiglio regionale (favorevoli Lega, Pdl e Udc, astenuti Pd e Idv, contrario solo il consigliere di Rifondazione) intitolata «modifica alla legge urbanistica». Risultato della «riforma»: chiunque potrà ristrutturare edifici su terreni agricoli, ampliandoli fino a 800 metri cubi, ovvero 3 alloggi di 90 metri quadri. Un colpo di penna, rivendica Marino Zorzato, vicepresidente della giunta e assessore all’urbanistica, «nell’ottica di semplificazione delle procedure». La semplificazione è questa. In passato, grazie a una fiera battaglia del Comune di Cortina (che aveva portato la questione fino al Consiglio di Stato) la norma era limitata agli agricoltori, che ristrutturavano cascine e fienili per insediare un’impresa e abitare con le famiglie. Un vincolo per tutelare la campagna dall’assalto dei palazzinari.

E ora, che cosa accadrà? «Disseminazione indiscriminata di residenze non legate all’agricoltura», protesta Italia Nostra. «Una speculazione micidiale, 6 milioni di euro solo nella nostra città, violentando il territorio», si accalora Stefano Verocai, vicesindaco di Cortina, che oggi valuterà se continuare la battaglia. Ma soprattutto, aggiunge il geologo Spagna, «si continua a cementificare territorio che andrebbe lasciato libero, facilitando i disastri». Anche perché la Regione non intende fermarsi: la prossima tappa è la proroga del piano casa. «Un errore», sostiene Marisa Fantin, presidente della sezione veneta dell’Istituto nazionale di urbanistica.

E l’autocritica sull’eccesso di cementificazione? E gli allarmi degli esperti? Dimenticati, esattamente come prima dell’alluvione. Eppure sarebbe bastato leggere il volume «Il Bacchiglione» (a cura di Francesco Selmin e Claudio Grandis, Cierre edizioni 2008), interamente dedicato al fiume esondato, in cui Enrico Isnenghi spiegava che «l’impatto potenziale di un ipotetico evento alluvionale è cresciuto drammaticamente a causa dell’incessante occupazione di aree precedentemente inedificate (...) e da molti è perciò paventato l’impatto che un’alluvione di gravità pari a quella del 1966 potrebbe causare». Previsioni puntualmente verificatesi, anche in presenza di piogge ridotte e diluite rispetto al 1966 (500 millilitri in 3/4 giorni contro 700 in due giorni).
Tanto da indurre voci anche molto lontane da quelle della galassia ambientalista a mettere in discussione il «modello Veneto», che dal 1950 ha fatto crescere la superficie urbanizzata del 324% (mentre la popolazione aumentava solo del 32%).

I commercianti di Padova, guidati da Fernando Zilio, hanno rotto il fronte, lanciando un appello ai sindaci: «Fermatevi! Basta centri commerciali, basta cemento».
Eppure i mega progetti fioccano anche in prossimità dei corsi d’acqua: mastodonti da 260 mila metri quadri, pari a 37 campi di calcio, in una zona che ha una superficie di centri commerciali tripla rispetto agli standard europei.
«Con i capannoni svuotati dalla crisi e le residenze invendute, il mercato si è spostato sui centri commerciali, con gravi danni anche alle infrastrutture», spiegano gli urbanisti.
Tanto cemento, poca prevenzione, come denunciato al «Mattino di Padova» da Antonio Rusconi, docente di assetto idrogeologico a Ca’ Foscari: «La legge sulla difesa del suolo è stata fatta 21 anni fa e aspettiamo ancora i piani di attuazione».
«Qui si fa fatica a trovare un orizzonte libero, siamo al limite della sopportazione», chiosa Spagna.
Forse non è solo una perizia geologica.

[ Ultima modifica il 1 ottobre 2017 ]
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