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I parchi veronesi, dalla programmazione regionale al progetto di territorio

Con il convegno tenuto lo scorso febbraio (Parchi e aree naturali del Veneto. Una risorsa da valorizzare per una politica di ascolto e di azioni condivise) la Regione Veneto ha scelto Verona per presentare l’iniziativa di un corpo di indirizzi unitario per le aree ad alta naturalità. Quello compilato è una sorta di vademecum di buon governo, frutto del lavoro congiunto di tre assessorati (parchi e aree protette, urbanistica e paesaggio), con gli enti gestori dei parchi regionali e le associazioni ambientaliste venete, sfondo di riferimento sul verde per tutte le future scelte di pianificazione territoriale ed urbanistica. Cuore concettuale della "Carta di Verona", è una definizione largamente estensiva dei cosiddetti "territori ad alta naturalità" (TAN): non solo parchi e aree protette, ma i territori limitrofi ad essi ecologicamente connessi, aree di tutela paesaggistica e ambientale, zone caratterizzate da ecosistemi naturali significativi anche se urbanizzate e infrastrutturate, luoghi abbandonati in via di rinaturalizzazione. Tutte componenti da rimettere a sistema per contribuire ad una nuova stagione di riqualificazione, su un territorio regionale messo duramente alla prova dal modello di sviluppo storicamente adottato.

In un Veneto "agropolitano" la scelta di porre l’accento sull’ambiente come produttore di reddito e valore aggiunto per l’intera economia del territorio risulta quasi forzata. I parchi e la qualità del paesaggio rientrano a buon diritto nella elaborazione del nuovo piano regionale di coordinamento: 88.000 ettari di aree protette, che non possono non svolgere un ruolo importante nella competizione mondiale con le aree più dinamiche facendo leva sull’intero capitale territoriale ed umano locale. Tra i campi indicati per le future buone pratiche, la qualificazione delle produzioni agroalimentari tipiche come strumento indiretto di tutela delle valenze territoriali naturalistiche, e l’inserimento nei circuiti di promozione del turismo culturale di alcuni paesaggi (i "luoghi della mente" celebrati da Marco Polo, Shakespeare, Hemingway) per la loro valorizzazione.

Sin qui un’impostazione teorica, in chiave di sviluppo sostenibile, che non può non risultare profondamente condivisibile. Ma, sospendendo per un attimo la prospettiva di lungo periodo, stanti le condizioni perduranti di crisi della finanza pubblica e le pressioni degli attori economici per un uso indifferenziato degli spazi aperti, il rischio è quello che le aree protette siano lasciate preda di un pericoloso immobilismo. Quel che più conta, e cioè dal punto di vista delle strategie pianificatorie da adottare, anche il dibattito che si è svolto a Verona a ben vedere non ha saputo andare oltre una contrapposizione ormai da tempo insoddisfacente: da una parte, i sostenitori di una rigida regolamentazione delle aree protette, ispirata ad una normativa ad alto contenuto specialistico, selettiva sul patrimonio naturale; dall’altra gli scettici che non credono più all’efficacia dei regimi speciali e vedono perciò nelle aree a valenza ambientale – sostanzialmente – una delle tante componenti da governare all’interno della pianificazione di area vasta. Una vecchia contrapposizione metodologica, che misura la distanza tra la cultura ambientale italiana e il più avanzato quadro di elaborazioni in campo europeo (Direttiva Natura 2000 e Convenzione europea del Paesaggio) e che deve essere superata con progetti di paesaggio: nella sua accezione acquisita, di sintesi tra natura e cultura, per valorizzare le diverse forme e stratificazioni storiche delle componenti naturali ed antropiche.

La nostra migliore produzione disciplinare ha liberato da tempo il campo dai retaggi di matrice protezionista. Ma nella prassi pianificatoria si riscontrano scelte che difficilmente tendono a instaurare sistemi di relazioni complesse fra aree a diversa valenza e qualità, facendo interagire le potenzialità ambientali con le reali dinamiche antropiche locali: nelle competenze, nelle impostazioni, negli strumenti d’intervento tende ancora a prevalere, invece, un approccio settoriale, sostanzialmente naturalista, schiacciato sulla biodiversità delle specie. Un esempio per tutti, i famosi corridoi ambientali, rispetto ai quali in Italia ha finito per prevalere un’interpretazione riduttiva e banalizzante, di puro interscambio biologico, molto distante da quell’idea di connettività stratificata e dinamica tra componenti insediative ed ambientali prodotta dall’elaborazione più avanzata in materia di reti verdi.

Anche guardando ad un caso – rappresentativo ma non singolare – come quello di Verona risulta evidente la distanza tra la programmazione regionale, che necessariamente tematizza in modo aggregato problemi e risorse delle aree protette venete, e la realtà diversificata dei territori a valenza ambientale. La città possiede attualmente un sistema differenziato di parchi (presenti e potenziali), a partire dal parco della Lessinia, uno dei cinque parchi regionali del Veneto, unica esperienza veronese approdata felicemente dopo un percorso relativamente agevole. Si trattava però di territori montani in via di spopolamento, basati su un sistema di attività zootecniche in crisi sin dagli anni Sessanta/Settanta, per i quali l’istituzione del parco ha rappresentato un fondamentale canale di sostentamento; la perimetrazione, a suo tempo, è stata anzi ritagliata per negativo sulla geografia degli interessi ancora attivi in loco (cave, rete infrastrutturale, sviluppo edilizio). L’attività dell’Ente parco è oggi rivolta sostanzialmente al tempo libero e all’offerta didattica, ma andrebbe ripensata la possibilità di un suo funzionamento non limitato alle risorse di provenienza pubblica. Va avviata una strategia di rilancio attivo, capace di creare una nuova "economia di parco", che guardi alla valorizzazione dell’artigianato e della produzione di tipicità, all’uso del bosco come fonte energetica alternativa, ad interventi di riqualificazione delle cave, alla creazione di economie di piccola scala che co-responsabilizzino gli agricoltori/allevatori alla manutenzione continua del territorio.

È invece un’ipotesi ancora tutta sulla carta, anche se riproposta di recente all’attenzione della Regione, quella di creare il sesto parco regionale sul monte Baldo. Le associazioni ambientaliste hanno insistito sinora sulla necessità di rafforzare ed estendere la tutela di flora e fauna del "Giardino d’Europa", a cavallo tra Garda e Adige. Ma (eccettuato un ambito ristretto di sommità) per questa "montagna attiva" a maggior ragione appare insufficiente il semplice regime vincolistico: le condizioni del contesto, inevitabile ambito di sfogo della pressione esercitata dal congestionato sistema del turismo gardesano, suggeriscono piuttosto di puntare su una nuova offerta ricettiva di qualità, compatibile con l’ambiente, che sfrutti le preesistenze storiche di corti e malghe e la capacità di intraprendere di un tessuto socioeconomico di per sé vitale ma non integrato. La creazione di una rete di strutture per l’ospitalità diffusa (come relais e B&B) contribuirebbe a selezionare un’utenza motivata dalle valenze culturali e dalle attività sportive legate alla montagna, utenza diluita nel corso dell’anno e con flussi più gestibili di quelli indifferenziati del turismo di massa stagionale.

Il parco urbano dell’Adige a Verona nasce dalle ZTO "a protezione dell’Adige" e "a verde pubblico" introdotte per adeguare alla normativa sugli standard la vecchia Variante Generale, adottata nel ’66 e quindi precedente all’entrata in vigore del D.L. 1444/68. Sin dai primi anni Novanta questa appare come l’occasione per disegnare un articolato sistema di spazi aperti verdi (aree a bosco fluviale, aree golenali di espansione) su cui incardinare l’intera pianificazione urbana. Di questo vasto piano ambientale elaborato da un’ampia équipe multidisciplinare (insieme al parco del Ticino, una delle prime iniziative in Italia), oggi rimane una perimetrazione limitata: solo le aree di proprietà comunale, ed un recepimento "largo" nel Piano di Assetto del Territorio approvato. Quello che invece è rimasto inalterato è il ruolo del fiume come elemento di connessione lineare fra i vari parchi urbani previsti dal nuovo piano regolatore – le mura, le colline ecc.

Da ultimo, l’ipotesi recente di istituire il Parco dei due Tioni, in una delle aree naturali più a rischio, all’incrocio tra i bacini idrografici del Po, del Garda e dell’Adige. I principi di tutela delle acque (si vedano le norme recentemente imposte dalle relative Autorità di bacino) impongono di regolamentare seriamente tutti gli usi futuri, se non si vuole intaccare la preziosa riserva idrica costituita dalle falde freatiche e dalle risorgive; ciò non esclude che si possano sviluppare nuove forme di fruibilità dedicate al turismo ricreativo, come un parco lineare intercomunale che produca effetti di riqualificazione diffusa sulla maglia insediativa circostante.

Quattro parchi, insomma, quattro diversi temi progettuali per non perdere il contatto con le reali condizioni di fattibilità. Strumenti e politiche per la valorizzazione degli ambiti ad alta valenza ambientale andranno tagliati su una visione integrata e complessa del territorio, delle sue potenzialità inespresse, delle criticità pregresse, delle dinamiche attuali e prevedibili.

[ Ultima modifica il 21 giugno 2006 ]
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